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  le locandine dei 3 film citati da francesco Il mestiere di critico cinematografico

Marco Raduini intervista Francesco Alò


il giovane e bravo critico cinematografico che tutte le sere è in diretta alle 21 circa su Radio24 nella rubrica “la rosa purpurea” condotta da Marta Cagnola; al venerdì mattina dalle 7.30 alle 9 è in diretta su Radio Rock; scrive su [B[“Il Messaggero”; su “Rolling Stone”; su “la Rivista del Cinematografo”.
E’ il Critico del quotidiano telematico www.ilquotidianodelcinema.tv.

Marco
Francesco come nasce questa passione per il cinema, in che modo hai maturato la decisione di scriverne e farlo diventare un lavoro? Hai mai avuto il desiderio di un film tuo, scriverlo o dirigerlo, insomma di sguazzare su un set?

Francesco
La passione per il cinema nasce grazie a mia madre, a casa si parlava di film tutto il giorno, appartengo alla generazione delle videocassette, di fuoriorario, di quando c’era tele +, insomma del cineclub a casa tua. Ho fatto alcuni, pochi per fortuna, corti orribili tra i 16 e i 18 anni, decisamente non mi piaceva risolvere i problemi di quando stai sul set. Da questo punto di vista non sono frustrato, non ho mai sviluppato una passione tecnica, anzi ho scoperto di non avere un talento pratico perchè non mi divertivo. Eros (Puglielli, il regista, ndr.) invece, con cui sono amico da tanto tempo, mi faceva notare che bisogna amare quei problemi che nascono sul set, di quelli che ti fanno fare i conti con la realtà dei materiali che si hanno a disposizione. Eros provava emozione, con il padre, che gli aveva regalato una handicam, faceva i primi esperimenti. Il suo primo lungometraggio, Dorme, è stato realizzato nell’ottica di costruire un lungo cortometraggio fatto in casa con tanto ingegno. Insomma, io ero quello che al liceo organizzava il cineforum, proiettavamo i film da vhs e redigevo le schede, questo sì, lo facevo con passione: erano film scelti da me, mi sbizzarrivo per trasmettere l’entusiasmo per quei film a tutta la scuola, certo molti poi mi prendevano in giro, eri considerato un nerd perché amavi il cinema. Il dibattito critico era uscito dal nostro Paese, per tutti gli Anni 80 c’è stato un appiattimento da schifo, in tv poi non ne parliamo, non esiste. Poi una rinascita: i film del cinema indipendente americano hanno riportato l’attenzione sui film in sala. Mi sono iscritto al DAMS di Bologna, ma ci sono andato senza provare nessuna ambiguità con me stesso, non avevo velleità d’autore come purtroppo tanti che frequentano i vari DAMS. Ho sempre avuto la consapevolezza di volermi costruire una preparazione per poter scrivere meglio di cinema. Non ci si rende conto che gli indirizzi sullo spettacolo all’università italiana vertono sulla teoria, non siamo in America dove puoi scegliere il tuo indirizzo pratico e diplomarti come direttore della fotografia o regista. Negli anni dell’università, con i compagni di corso leggevamo la rivista Duel; cominciai allora le mie prime collaborazioni con Voci Off, la rivista studentesca del DAMS, diretta da Andrea Romeo, il quale poi si è inventato il Future Film Festival e il Biografilm Festival sempre a Bologna (6/10 giugno 2007 la terza edizione, ndr.). Giocavamo a discutere il Mereghetti (dizionario del Cinema), che era uscito proprio in quel periodo, rappresentava una novità, e lui appoggiava i film di genere, li prediligeva, dava 3 pallini a film che la critica italiana ancora non aveva valorizzato e addirittura riportava titoli del mitico Roger Corman. Ho sempre nutrito un attaccamento viscerale per il cinema di genere e per la libertà espressiva, quella dell’invenzione visiva. Scrissi così il mio primo saggio, una piccola monografia su John McThiernan e ricordo che Romeo e gli altri collaboratori rimasero abbastanza perplessi sulla mia scelta perché andavo a concepire come autore uno che fa cinema d’azione, che aveva fatto Die Hard, Trappola di cristallo, con Bruce Willis, Caccia a Ottobre Rosso… e diciamocelo, su, che Predator è un capolavoro (sì, sempre pensato, lo è, ndr.)!
 
   
  Il mestiere di critico cinematografico

Marco Raduini intervista Francesco Alò


Marco
Quali sono i tuoi film preferiti e quali sono le recensioni che ti han dato maggior soddisfazione?

Francesco
Il mio cinema preferito è il cinema classico americano ma soprattutto quello grandioso della New Hollywood Anni 70, il più stimolante di tutti. E poiché l’autoparodia fa parte di me, è uno strumento che uso con me stesso, posso dire di essere andato matto per John Landis fin da bambino. Ma vi rendete conto, si dice sia in crisi creativa da anni, ma chi non lo sarebbe dopo aver realizzato tra i 27 e i 33 anni Animal House, The Blues Brothers, Un lupo mannaro americano a Londra, Una poltrona per due, fino a Thriller per Michael Jackson? Landis incarna esattamente quello che più mi piace vedere al cinema, intrattenimento e tocco d’autore insieme, una leggerezza alla Lubitsch con una linea viscerale e ironica. Il modo con cui usa l’autoparodia è contemporaneamente stato esemplare e personale da averne fatto uno stile.

Marco
Che opinione hai circa il gusto della critica cinematografica scritta oggi sui quotidiani?

Francesco
La necessità di essere duri, avere il coraggio di stroncare un film o un autore che ti piace, essere in grado di avere un occhio spietato, ecco una cosa che non si fa oggi in Italia. Su Radio 24 ho ricevuto tanti interventi di sconcerto per la mia critica all’ultimo film di Monicelli: ecco, non mi stanco di ripeterlo, fare critica invece di portare le solite ovazioni, oggi, risulta scioccante, dà fastidio, ma non voglio aderire a questo malcostume, bisogna al contrario stimolare il pubblico. In riferimento a questo atteggiamento, il pezzo di cui ho un forte ricordo è quello in cui stroncai Il cartaio: indirettamente lessi una risposta molto acida, alla mia recensione, da parte dello stesso Dario Argento su un sito e la cosa mi fece male, fa male non trovare un terreno comune di discussione che sia costruttivo.
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  monica bellucci Monica conquista Roma

di Luigi Liberti


Con il suo film avrebbe potuto inaugurare la Festa di Roma ed esserne la madrina, ma per assicurarsi la presenza della Kidman gli organizzatori hanno dovuto chiedere un sacrificio alla bella Monica Bellucci. Sacrificio subito ripagato dagli applausi e dai consensi ricevuti da N. io e Napoleone. Stile total black di giorno e rosso di sera, Monica Bellucci ha catturato gli occhi di tutti, dimostrando doti brillanti anche nella pellicola diretta da Paolo Virzì, che la vede protagonista nel ruolo della baronessa Emilia, godereccia, infantile “ed un po’ mignotta” (testuali parole dell’attrice). Un tocco di glamour tutto italiano alla Festa del Cinema di Roma, che trova un’altra sostenitrice: “Roma secondo me è un bel messaggio per il cinema e per il pubblico. Non ci sono problemi se in Italia ci sono due Festival, anzi è meglio, così il nostro paese potrà essere un riferimento per tutto il cinema, essendo già la culla di questa arte. A me in particolare offre la possibilità di tornare in Italia, dove sto sempre benissimo. La casa è sempre la casa, e spero che i cinque pianeti che rappresentano l’esilio nel mio oroscopo siano finalmente passati. Dopo Manuale d’amore, sarò nel film tv Sangue pazzo”.
Intanto, sempre alla Festa sarà una madre angosciata, coi capelli cortissimi e dimagrita di molti chili, nel film drammatico francese Le concile de pierre di Guillaume Nicloux.

Tornando ad N, la Bellucci subito racconta il suo personaggio, ed il ritorno al dialetto dopo i “mitici” di ormai 12 anni fa. “Mi è subito piaciuto vestire i panni di questa baronessa. Mi sono ispirata alla sensualità calda ed innocente della Sandrelli. Sono andata a scuola di castellano per imparare il dialetto nel quale il copione prevedeva che recitassi e mi sono divertita tantissimo. Qui parlo castellano con una punta di perugino. Per una attrice non è facile trovare commedie belle ed ironiche come questa. Virzì è stato capace di realizzare una commedia dai toni amari, e che offre più letture. Quando scelgo un copione, guardo innanzitutto al regista. Se è bravo può fare miracoli anche con una sceneggiatura modesta. Accetto anche un piccolo ruolo, a patto che regali emozioni al pubblico”.
Emozioni come quelle scene in cui la Bellucci fa il bagno nuda nella vasca, “facendo venire il batticuore a tutti” come ha sottolineato Paolo Virzì.
La baronessa di N è consapevole dell’incombente decadenza fisica, nasconde la pancia sotto fastosi abiti impero, attende con terrore l’inevitabile crollo del “davanzale” che espone con orgoglio finché può permetterselo.
E una delle donne più belle del mondo, come vive gli anni che passano? “Il lavoro e la mia bambina non mi lasciano il tempo di avere paura. Tanto meno di contarmi le rughe”.




 
   
  nicole kidman Nicole in Festa

di Luigi Liberti


Uno, due e tre, si parte! Si apre il sipario e tutte le polemiche ed i timori che hanno preceduto la Festa Internazionale del Cinema di Roma vengono spazzati via. Il numero delle star presenti è da sempre uno dei principali indici per valutare la riuscita di un festival, ed a giudicare dal primo weekend quello di Roma sembra ben messo: Sean Connery, Nicole Kidman, Leonardo DiCaprio, Martin Scorsese e Richard Gere sono solo le prime star che hanno sfilato sul tappeto rosso dell’Auditorium capitolino. Stelle estere ma non solo, come nel caso dell’affascinate Monica Bellucci presente sia con N del regista toscano Paolo Virzì sia con Le concile de pierre. Ma la madrina di questa Festa di Roma è stata Nicole Kidman, che ha presentato in anteprima mondiale Fur - Ritratto immaginario di Diane Arbus. La star hollywoodiana è una di quelle che la capitale la tiene veramente nel cuore, “è un amore iniziato a 17 anni, quando venni a Roma per la prima volta”. Una dichiarazione d’amore vera e propria, ma che non lascia spazio a speculazioni o spot pubblicitari. “Non sapevo nulla della guerra tra Roma e Venezia - ci confessa l’attrice- ho scelto Roma solo perché questo è il momento giusto per presentare il mio film. A Venezia ci sono stata tante volte, e sostengo quel festival come sostengo questo di Roma. Sono contenta che la festa capitolina abbia una giuria popolare, è molto interessante sapere cosa pensino dei film le persone che poi di fatto decidono il successo di una pellicola”. Cosa penseranno i suoi fans nel vederla in alcune scene di Fur, proviamo ad anticiparglielo “Non ho problemi a spogliarmi se la scena lo richiede - ammette candidamente la Kidman - La nudità in questo caso è collegata ad uno spogliarsi metaforico, un modo come un altro per far capire che questa donna si stava aprendo al mondo e si stava lasciando andare”. Nicole, nuda sul set, ma fedele in amore: “Ho avuto una educazione cattolica, provo sensi di colpa, mi sembra di tradire, anche quando il mio lavoro mi porta lontano dalla mia famiglia. Ma di una cosa sono certa, la fedeltà sessuale non va messa in discussione al contrario di quella artistica che invece necessita di continue esplorazioni. La mente ed il cuore sono liberi ed intangibili, ma la fedeltà sessuale deve esserci. Dopo il divorzio con il mio primo marito (Tom Cruise) mi sono sentita più libera di esplorare altre strade artistiche, senza sentirmi in colpa per trascurare il mio uomo”. E mentre confessa di amare il marito, il musicista Keith Urban, Nicole mette subito in chiaro che non lavorerebbe mai con lui perché “non si può fare una cosa simile con la persona di cui sei innamorata”. Nel film, che ripercorre l’archetipo della Bella e la Bestia, la Kidman veste i panni della fotografa americana Diane Arbus, amante dei “freaks”. La protagonista si è trovata subito a suo agio, anche per la sua passione per le fotografie “Ho una collezione di immagini in bianco e nero con lavori di Man Ray e Lee Miller ... La Arbus non vedeva affatto malato il mondo dei freak. In lei, e questo mi piace e me la fa sentire vicina, non c’è alcun giudizio verso questa realtà che fotografa. Era solo una donna spinta dell’esplorazione verso una vita più ricca, voleva fare le cose che desiderava davvero, un po’ come me”. L’eburnea star hollywoodiana a fine giornata ha inaugurato il red carpet romano con un attillatissimo abito laminato. Poi è andata a cena con 300 invitati alla Casina Valadier.
   
  leo di caprio nel film Il divo Leo a Roma

di Luigi Liberti


È stato uno dei film più attesi della Festa di Roma, e non ha tradito. Al suo esordio in America, The Departed aveva fatto registrare il record personale di incassi del regista Martin Scorsese, a Roma è stato accolto da una costellazione di critiche positive, sia per la pellicola, sia per i protagonisti.
“Il film racconta la storia parallela di due infiltrati, uno nella mafia irlandese e l’altro tra le file della polizia - spiega Leonardo di Caprio, che con il regista newyorkese ha già lavorato in Gangs of New York e The Aviator - io interpreto un ragazzo vissuto nei quartieri di mafia che fa di tutto per entrare in polizia. Qui vengo reclutato dai due capi della sezione infiltrati (Martin Sheen e Mark Wahlberg), ed entro a far parte dell'organizzazione del boss Costello (Jack Nicholson, assente a Roma). Contemporaneamente, l’altro protagonista (Matt Damon) fa carriera nella polizia, pur essendo in realtà al soldo del padrino”. E, a complicare ulteriormente le cose, ecco una donna (l'attrice semisconosciuta Vera Farmiga, anche lei alla Festa) della quale i due si innamorano. “E' un film che parla della fiducia e del tradimento - spiega Di Caprio - e l'ambientazione irlandese permette alla pellicola di avere, malgrado la grande tensione drammatica, molti momenti umoristici. Com'è nello stile di quella comunità”.
Dall'Hotel Hassler in Trinità dei Monti a Tor Bella Monaca il passo non è breve. Sia metaforicamente che geograficamente: Leonardo Di Caprio arriva con un'ora di ritardo all'appuntamento con i giovani del quartiere all'estrema periferia di Roma, ma non da “buca” a chi lo aspetta all'interno del Teatro diretto da Michele Placido.
“Sono qui a Roma anche per presentare due lavori sulla salvaguardia dell'ambiente, e ci tenevo a farlo dinanzi a questi ragazzi. Si tratta di cortometraggi di pochi muniti. Nel frattempo, sto anche realizzando un documentario in cui si parla di temi come l'effetto serra, argomenti su cui si fanno grandi dibattiti, ma non si presentano mai i fatti, così come sono. A esporli, saranno personaggi come Gorbaciov e Stephen Hawking”.
Il feeling con Scorsese e i recenti lavori alimentano una curiosità, che l’attore subito chiarisce: “No, non potrei assolutamente fare ciò che fa Martin. L'attore è un mestiere in fondo solitario, invece, chi dirige deve rispondere a cinquanta uffici diversi contemporaneamente, sette giorni su sette, 24 ore su 24”. Quindi non lo vedremo mai dietro la macchina da presa? Leo sorride ancora, e glissa: “Chissà, forse un giorno...”.
 
   
  cucchini_sorriso_intervista Dalla Scuola di Cinema a L'Isola del Cinema: incontro con il casting director Franco Alberto Cucchini



Come si è trovato a scegliere di diventare casting director, da quanto tempo se ne occupa? Ha avuto esperienze d’attore in qualche film?

Ho iniziato nel 1983 a fare casting. Ebbene, in realtà ho iniziato molto prima, essendo mia madre una ex attrice, oltre ad essere la prima ad aver svolto il lavoro vero e proprio del management in Italia, e mio padre un produttore. Ma appunto dal 1983 ho iniziato a svolgere la vera professione del casting director, allora lo facevano in pochi, Rita Forzano, Lilia Trapani e la madre Isa Bartalini, forse la prima vera casting director italiana. Adoperarsi come direttore casting è una responsabilità che devi sentirti dentro, vai ad esercitare delle abilità personali che entrano in gioco stando direttamente a contatto con gli attori, ne valuti la personalità, provi a far emergere in loro quello che ti serve per la parte. Riguardo la partecipazione a qualche film accadde, sì quando ero piccolo - sorride - ma non ricordo un titolo!


Quali sono le doti o le qualità naturali che cerca in un giovane attore e quali i consigli che va a dare maggiormente?

La prima cosa che mi piace percepire sono le emozioni, osservo e mi aspetto di vedere la gamma di emozionalità che una persona possiede. A un giovane attore chiedo di essere se stesso, mai essere finto, contraffatto.


Sul piano della individuazione dei ruoli esiste una forte differenziazione tra l’incarico per una fiction e quello per un film?

Indicativamente diciamo che il mercato delle fiction predilige quegli attori che possiamo definire recitanti, la televisione fa della esteriorità la sua efficacia. Mentre al cinema si cerca sempre una maggiore profondità, si cesella, si lavora sulla interpretazione... si può veder un attore soffrire.
Entrambe le caratteristiche sono fondamento del mestiere di ATTORE.


Da quali fattori può dipendere quel certo ristagno di cui soffrono le idee che vediamo al cinema e alla televisione?

Guarda, secondo me non è solo una questione legata alla volontà di chi produce, cinque o sei anni fa una fiction poteva rendere pure 8 milioni di spettatori, ma oggi è un successo totale avere vette da 5 milioni. La questione della scelta è dovuta al fatto che ci sono molti canali in chiaro ma senza canone o con un canone parziale, per le tv satellitari non è così, là il pubblico è pagante, perciò cambia anche la qualità. In ultima analisi rimane però, sempre e comunque, un problema relativo alla qualità ed è da rilevarsi nel desiderio di non migliorarsi oltre lo standard. Un desiderio al negativo, un modo di fare rintracciabile in tutti i settori professionali, ci siamo arenati a fare il minimo indispensabile e a lasciar correre.


Quali sono state le ultime produzioni a cui si è dedicato, quale il lavoro che maggiormente le ha lasciato soddisfazione? Ha un progetto nel cassetto?

Dopo La Freccia Nera, che penso sia un bel prodotto perchè mi ha richiesto molto, ma mi ha anche ripagato, sto curando tre film, dei quali or ora non posso fare ancora menzione... l’estate è ricca di ciak, è fatta per gli esterni, si gira tantissimo... ecco, un progetto personale sarebbe quello di migliorare la qualità dei prodotti per il piccolo schermo, come dicevo prima sarebbe bello poter avere maggiore tempo e cura di quel che facciamo: Freccia Nera è stato una bella soddisfazione, ma il corto La moglie di Andrea Zaccariello è stato un piccolo non plus ultra, là ho potuto esercitare in modo pieno e indipendente le mie abilità personali di fare casting, conoscendo davvero gli attori e mettendoli insieme prima come persone, poi come artisti.



di Marco Raduini
   
  Siamo andati a trovare Viviana Ronzitti, addetta all'Ufficio Stampa del film ideato e prodotto da Paolo Virzì 4-4-2 il gioco più bello del mondo


In quale momento durante la preparazione di un film subentra il lavoro dell’Ufficio Stampa?

Generalmente mi occupo soprattutto di cinema italiano, lavorando come Ufficio Stampa ho la possibilità di rimanere coinvolta in un film sin dalla fase di scrittura, quando ci viene consegnata l’ultima stesura della sceneggiatura, con la quale possiamo noi stessi cominciare a ricavare e a fornire idee. Il regista o il produttore possono chiedere consiglio anche su come organizzare le riprese, si tratta di capire la linea del regista e di aiutarlo, quindi l’ufficio si preoccupa di allestire da subito una bozza del pressbook, utile alla produzione esecutiva e alla sua funzione di rappresentanza. Per questo motivo il pressbook deve essere preciso riguardo la parte del cast tecnico quanto di quello artistico, curando da subito i crediti in maniera esatta; ci affidiamo direttamente ai dati che ci sono forniti dagli stessi agenti e occorre specificare come ‘non contrattuali’ tutti quei nominativi non ancora confermati. Nella fase esecutiva si decide poi come presentare il film, se aprire o meno il set alla stampa per esempio, o aspettare di fare una anteprima comune per tutti i giornalisti. Ed è questa una fase molto delicata, se stabiliamo di concedere una esclusiva ci affidiamo al rispetto e alla riservatezza del giornalista. L’interesse attorno a un set può dipendere da fattori legati alla grandezza della produzione oppure da quanto scalpore può suscitare la lunga durata delle riprese. In verità non si amano molto le presenze estranee durante la lavorazione.


Per il lancio di 4-4-2 è stata impiegata una strategia particolare? Èstato pensato di proporre il film per qualche festival, anche di cortometraggi?

Per questo film la Medusa ci ha coinvolti nella fase di distribuzione, con gli autori dei quattro episodi abbiamo avuto una conoscenza puramente telefonica. Stanno ancora completando le riprese per la scena di un episodio, quindi la pellicola sarà terminata proprio a ridosso della prima. Al momento non è stato considerato di partecipare a nessun festival, il film poi è da considerarsi un lungometraggio, perciò non penso verrebbe accettato in un contesto di corti. Dovendo dar notizia del film, non abbiamo voluto appoggiarci troppo sul nome di Virzì, per rispettare un certo equilibrio, visto che qui compare in veste specifica di produttore e non di regista. Il film esce in un periodo un po’ incerto, la programmazione è piuttosto satura di titoli e in quei giorni l’attenzione e la curiosità saranno catalizzate dal Festival di Cannes in corso. L’uscita di 4-4-2 è stata fissata in prossimità dell’inizio dei Mondiali di calcio, così abbiamo allargato il nostro lavoro al mondo calcistico optando per una informazione diffusa sui periodici specializzati, spostando o proponendo l’attenzione sull’argomento cinema, proprio perché si tratta di un film d’argomento calcistico. Il film non si inserisce propriamente nel campo del ‘cinema del calcio’, non ne propone un argomento conosciuto, come fosse una biografia o una ricostruzione documentaristica, però propone personaggi che del calcio fanno la propria stessa esistenza. Sono 4 film in uno, posso dire hanno lavorato tutti veramente bene curando il profilo umano delle vicende e creando una bella sinergia con lo stesso Virzì.


a cura di Marco Raduini
 
   
  Un film di Ron Howard: Il Codice Da Vinci


Colpo grosso per il produttore Brian Gazer, che dopo Inside Man di Spike Lee esce con il film più atteso dell’anno, Il Codice Da Vinci, diretto dal bravo ragazzo più diligente dell’America(n Graffiti) degli anni 70, il Richie Cunningham della serie tv Happy Days, Ron Howard. Per la trasposizione del romanzo giallo più venduto del mondo è stata abilmente affidata la sceneggiatura ad Akiva Goldsman, manipolatore di popolari successi al box office, come Lost in Space, I Robot, Batman & Robin. Con Gazer e Howard troviamo direttamente ricostituito il trio premio Oscar nel 2001 per A Beautiful Mind. L’autore del libro Dan Brown si è perfettamente allineato con la fattura del film, cosa che si verifica davvero raramente quando sono in ballo operazioni cinematografiche tratte da prodotti di un certo rilievo, sia esso commerciale sia di altro ambito culturale.
Il problema dell’adattamento, in termini di successo popolare, riguardo un caso “letterario” con una simile tiratura sta proprio nel non andare a ledere l’entusiasmo nè le aspettative non solo di chi ha già intaccato il proprio immaginario leggendo il romanzo, ma soprattutto di coloro i quali questo benedetto giallo stanno aspettando di vederlo. Ricorda Ron Howard: "Quando abbiamo deciso di realizzare il film, il libro stava diventando un fenomeno letterario di portata addirittura storica"... "Avevo già lavorato a stretto contatto con Akiva e insieme abbiamo analizzato gli elementi del romanzo discutendone approfonditamente. Quando scegli di portare un’opera letteraria sul grande schermo, devi farti molte delle domande che essa è in grado di suscitare nel lettore. Dan (Brown) si è reso conto della difficoltà del nostro compito e si è mostrato estremamente disponibile, pur sapendo che avremmo dovuto in qualche modo snellire il romanzo creando una sceneggiatura che non lo avrebbe rispecchiato in tutto e per tutto"... "Dan è stato una grande risorsa perché ci ha dato modo di inserire una serie di elementi che aveva letto o scoperto dopo aver scritto il libro. Si può dire insomma che il film sia una versione aggiornata del romanzo".

Il Codice Da Vinci è stato girato in numerose locations sparse per l'Europa, esattamente nelle località menzionate nel libro. Come da prassi, seppur la maggior parte delle scene chiave sono state girate in esterni, sono stati successivamente utilizzati gli studios londinesi di Pinewood e Shepperton per la ricostruzione di diversi set, ovvero di tutti gli interni. Così ad esempio alcune scene sono state effettivamente filmate nel Museo del Louvre, di notte, nelle sale libere dai visitatori dopo l’orario di chiusura, a completa disposizione della troupe. In seguito la Grande Galerie è stata riprodotta in studio dallo scenografo Allan Cameron, in modo da poter realizzare la maggior parte dell'azione in un ambiente di più grandi dimensioni dove poter manovrare e controllare l’attrezzatura tecnica, e naturalmente proteggere le opere d’arte conservate nel museo. Aggiunge lo scenografo: "Il pittore di scena James Gemmill ha copiato ben 150 quadri del Louvre, abbiamo ricreato modelli dei marmi che si trovavano vicino alle finestre e lungo le pareti e siamo riusciti a riprodurre il parquet della Galerie utilizzando un'impiallacciatura in legno che è stata poi fotografata e stampata su lastre di plastica da stendere sul pavimento". Cameron spiega che tutti i quadri riprodotti sono stati fotografati in digitale e ingranditi, o in alcuni casi proiettati sulle pareti e poi dipinti da Gemmill. "James è un esperto delle tecniche per invecchiare le tele, perciò ha saputo dare ai quadri un aspetto molto realistico, creando copie perfette". Continua Gemmill: "Ho cercato di fare attenzione soprattutto alla tessitura dell'immagine. Ovviamente non potevamo utilizzare le tecniche originali ma era importante che la trama del quadro risultasse realistica, perché è la cosa che più salta all'occhio quando la luce non batte direttamente sulla tela. Chi guarda un film capisce benissimo se alla parete si trova un quadro o una stampa".

Tom Hanks è stato coinvolto nel film fin dalle primissime fasi. "Non è stato solo per amicizia che ho voluto affidare a Tom la parte di Robert Langdon", nota Ron Howard. "Quando ho iniziato a parlargli del ruolo, ho provato la stessa sensazione positiva che avevo avuto dieci anni fa presentandogli Apollo 13. Trovo ci sia una sorta di naturale somiglianza tra la sua personalità e quella del personaggio: Langdon è un uomo curioso, ha un grande senso dell'ironia, soprattutto è affascinato dai dettagli e muore dalla voglia di scoprire la verità. Scegliendo Tom sentivo di poter contare sulla sua sensibilità". "Langdon è un esperto di simboli", aggiunge Hanks, "Possiede una sapienza arcana e profonda che in qualche modo è riuscito a trasformare in un mestiere. Ha un senso dell'osservazione estremamente sviluppato e in qualche modo ha la capacità di scoprire una qualsiasi connessione tra le cose".
Parla di sé Jean Reno: "Sono un poliziotto che cerca di fare bene il suo lavoro, ma si lascia coinvolgere più del dovuto nella vicenda per i suoi saldi principi e perché è un credente. Mi divertiva scoprire come avrebbe reagito al tradimento di un vescovo"... "Ma soprattutto il ruolo di Bézu Fache mi si cuciva addosso, mi sono sentito molto onorato quando ho scoperto che Dan Brown aveva inventato questo personaggio ispirandosi proprio a me. Ciò ha reso ancor più significativa la mia partecipazione al film".
"Comunque - riprende Ron Howard - il tema che mi ha colpito maggiormente quando ho letto il romanzo e che volevo porre in primo piano nel film era l'idea del sacro femminile. Il personaggio di Sophie compie un percorso emotivo estremamente appassionante e man mano che il mistero della sua vita si dipana aggiunge grande pathos al thriller". Conclude lo sceneggiatore Goldsman: "Secondo me la storia di questa ragazza la quale, in cerca della propria identità scopre di venire da molto più lontano di quanto non potesse immaginare, costituisce la parte più interessante da un punto di vista narrativo. Può non avere il fascino leggendario di altri aspetti del romanzo, ma a mio avviso ne rappresenta la parte più umana e coinvolgente".



a cura di Marco Raduini
   
  Anche_Libero profilo di 'Anche libero va bene'

L’opera prima, dietro alla macchina da presa di Kim Rossi Stuart inaugura l’annunciata collaborazione tra Rai Cinema e Rai Fiction, atta a creare un ponte sicuro producendo film per le sale che verranno poi trasmessi in televisione. Per il suo esordio da regista, Rossi Stuart ha avuto la possibilità di immergersi appieno nella messa in scena della sua creatura, sfruttando le dinamiche della sua esperienza di interprete e relazionandosi con le problematiche dei personaggi, seguendo precise esigenze di una ricerca interiore.
Decisivo è stato il supporto del cast tecnico, una equipe di collaboratori navigati e sensibili che hanno saputo afferrare il clima operativo giusto.

La sceneggiatura, che pure vede l’intervento del regista, è orchestrata dalla mano delicata ed esperta di Linda Ferri, autrice di fiabe e romanzi, già co-sceneggiatrice de La Stanza Del Figlio e collaboratrice di Giuseppe Piccioni per Luce dei Miei Occhi e La Vita Che Vorrei.
Stefano Falivene, in qualche modo reduce dalla impervia lavorazione di Mary di Abel Ferrara, è il direttore della fotografia e vanta tantissime produzioni come assistente alla macchina da presa, non ultimi Kundun e Gangs of New York di Scorsese.
La scenografia è stata curata da Stefano Giambanco, Nastro D’Argento per Volevo Solo Dormirle Addosso, del quale ricordiamo altri due lavori egregi, riguardo l’abbigliamento e la ricostruzione degli interni di Radiofreccia, tra cui il suo bar Laika, e Il Fuggiasco, sempre ambientato negli Anni 70 ma una scorribanda in Italia, in Francia e in Messico.
In moviola abbiamo Marco Spoletini, montatore fisso del regista romano Matteo Garrone (L’Imbalsamatore), e del quale pure ricordiamo il lavoro su Volevo Solo.

Dulcis in fundo, le musiche sono opera della Banda Osiris, il quartetto piemontese attivo in tutta Europa dal 1980: Giancarlo Macrì (percussioni, basso tuba) Gianluigi Carlone (sax soprano, flauto, voce) Roberto Carlone (basso, trombone, tastiere) Sandro Berti (chitarra, trombone). Famosi per le numerosissime proposte musicali, create a partire dalle prime performance grottesche per teatro di strada, poi realizzate per la radio (ricordiamo Caterpillar!), passando in televisione con i cartoni animati di Maurizio Nichetti a metà Anni 80, le musiche per il film Fascisti Su Marte di Corrado Guzzanti o per il programma ‘ Parla Con Lei’ della Dandini, hanno collaborato con musicisti di diverse tendenze come Frankie Hi-NRG, Ska-J e Antonella Ruggero, dando vita con i jazzisti Enrico Rava e Stefano Bollani rispettivamente a Guarda Che Luna e a Primo Piano. Per il cinema non possiamo non segnalarli come gli autori delle colonne sonore per i film di Garrone.



a cura di Marco Raduini
 
   
  eros puglielli The Eros Puglielli Project

Presentato presso la libreria Bibli di Roma, esce a maggio il thrilling AD Project, primo film italiano autoprodotto a venir distribuito direttamente in DVD. Regista e attori hanno adottato il sistema The Coproducers, specie di cooperativa con la quale i partecipanti diventano pure proprietari parziali del film.


Eros, in questo periodo in Italia stiamo assistendo a un nuovo interessamento verso il cinema di genere, in particolare al thriller/noir. Tu stesso hai realizzato “Occhi di Cristallo”, con Luigi Lo Cascio. Ora esci con due nuove produzioni, una serie poliziesca per Canale 5 con Claudio Amendola dal titolo “48 Ore” e con “AD Project”, più personale, autofinanziato, un esperimento ...

Il progetto “AD Project” nasce, sulla carta, come saga di fantascienza. L’abbiamo affrontato subito con un taglio più psicologico che tecnologico: è una auto-produzione ed economicamente era impensabile curarne l’aspetto tecnologico, anche se ci avessimo provato non sarebbe venuto come potevamo pensarlo. L’idea di partenza era di dare l’avvio a una serie, e questo aspetto seriale lo si riscontra nelle varie possibilità narrative con cui la storia è stata costruita. La storia rimane aperta ad altre elaborazioni, ad altri possibili agganci, in altre parole ad altri episodi. Ne è venuto fuori un film ed è stato deciso di farlo uscire direttamente in DVD; trovo che anche questo sia interessante e faccia parte dell’esperimento, perché il DVD è un oggetto che puoi gestire personalmente, è come un libro, lo puoi sfogliare, rileggere, puoi tornare indietro, passare da una sezione all’altra ed è perfetto per penetrare meglio la struttura a spirale di “AD Project”.


48 Ore” è stato invece per te una sorta di “primo contatto” con la produzione televisiva. Nei tuoi tanti cortometraggi, come nei lungometraggi, hai manifestato l’esigenza di poter giocare con certe possibilità visionarie e perciò trasgressive del racconto cinematografico. Sei riuscito a immettere un tocco personale lavorando per la televisione?


“48 Ore” è una serie televisiva di 12 episodi con il formato da 50 minuti, come tale mi ha costretto entro una condizione lavorativa e creativa totalmente opposta, anzi proprio contraria a quella in cui si opera per fare un film. Anche “AD Project”, per quanto particolare, alla fine è stata un’esperienza più vicina a quella di un film, proprio per l’estrema libertà con cui abbiamo potuto realizzarlo. Quando sei su un qualsiasi set ci sono variabili importantissime da sfruttare, che dipendono dal programma della giornata e dal momento in cui giri, da queste dipende la qualità del tuo lavoro. L’improvvisazione è una possibilità che non dovrebbe mai mancare e bisogna saperla gestire. Quando lavori per la televisione diventa tutto più difficile perché hai meno tempo e tutto è già predisposto. Così, girando “48 Ore” ho adottato quello che chiamo ‘linguaggio intenzionale’, riuscire cioè a convogliare tutte le energie facendo gruppo con tutti i presenti e non perdere mai un istante nè un’occasione per cogliere tutto quello che può essere utile. È l’unica possibilità che ho trovato per riuscire a dare senso a ogni scena, cioè per restituire la vivacità della vita reale. Ci vogliono concentrazione e resistenza.


Avrà passaggi televisivi e sarà distribuito all’estero “AD Project”e pensi potrà avere un seguito?

Non so ancora bene in modo capillare quali accordi siano stati presi per la distribuzione. Comunque mi sento di dire che tutto il senso che volevamo esprimere quando lo abbiamo ideato rimane espresso dal film così come esso è, non avrebbe bisogno di alcun seguito, ma essendo un lavoro aperto non si può mai dire ...


di Marco Raduini
   
  piano 17 Piano 17:
due chiacchiere con Antonio Manetti


Marco e Antonio Manetti tornano al cinema con un film di genere, Piano 17, un fumetto thrilling a bassissimo costo, girato con tono colloquiale e dalla scrittura nitida, fregiato al Noir Film Festival di Courmayeur dal plauso del pubblico, col 95% dei voti in platea.
Attivissimi i Manetti, con innumerevoli videoclip realizzati per gli artisti più disparati, i Tiromancino e Sergio Cammariere, il trash zuccheroso di Max Pezzali e gli 883, Alex Britti e Gigi D'Alessio, l'underground dei Flaminio Maphia, gli Assalti Frontali der Piotta, per il quale scrivono Il Segreto Del Giaguaro nello stesso periodo in cui, con l'appoggio di Carlo Verdone realizzano il megaclip demenziale Zora La Vampira.
I Manetti fruiscono di un vivace spirito di adattamento e di manipolazione del tutto personale, quel “mestiere” che anni fa impregnava il Cinema Italiano, quando ne esisteva uno “in attivo”, poi volontariamente fagocitato dall’incapace globalizzazione politica della nostra produzione televisiva.
È realizzando Max G. Hunter e Il Maresciallo Spacca per Stracult di Marco Giusti e Scums e Planetinvasion.com per Internet, che hanno già dato prova di sapersi ben barcamenare con dei meccanismi, produttivi e narrativi, che richiamano quelli dei “generi”.


Piano 17 nasce per gioco, scambiando idee con Giampaolo Morelli dopo l'esperienza dei 4 film dell'Ispettore Coliandro e il primo della nuova serie Crimini, che siamo ancora in attesa di vedere sui canali Rai. Come è stato lavorare su commissione, quanto siete potuti intervenire sullo script di questi film per la tv; vi siete sentiti limitati rispetto alla libertà avuta con Piano 17?

Assolutamente non direi, anche se è stata una esperienza davvero diversa, posso dire che i film televisivi hanno il nostro marchio di fabbrica. Non abbiamo avuto necessità di cambiare nulla né saremo potuti intervenire, penso, sulla sceneggiatura di De Cataldo o di Lucarelli, ma durante le riprese i film li abbiamo sentiti come nostri senza problemi, si lavorava e ci si divertiva. Piano 17 invece ha richiesto tanta cura e tante scelte da fare per un fatto di tempo e di costi, dovevamo essere veloci nelle decisioni e accurati nel girare, ma tutto era già stato scritto e preparato a tavolino. Abbiamo usato una Sony HDV per 5 settimane, che davvero sembra di usare la pellicola e i quasi 70mila euro sono praticamente serviti per pagare le location (per la prima scena a Piazza Barberini c'è stato il permesso della Lazio Film Commission).


Come avete coinvolto gli attori e i tecnici dentro questa impresa e come siete riusciti a trovare una distribuzione?

Con una formula cooperativistica, tutti abbiamo contribuito mettendo i soldi e sono tutti in attesa di
essere ripagati dagli incassi del film, che speriamo davvero vada bene. Tenendo conto di questo, il costo complessivo dell'operazione dovrebbe alla fine aggirarsi sui 350mila euro. È stata una bella scommessa ma è stato anche per realizzarlo questo film che ci siamo mossi in questo modo, non esisterebbe se avessimo dovuto aspettare di poterlo fare presentando domande varie e aspettando le risposte. Per la distribuzione ci siamo rivolti alla Moviemax, quando abbiamo saputo era stata la casa distributrice per Donnie Darko! Per il riversamento da digitale a pellicola invece ci ha pensato lo sponsor, siamo riusciti davvero a far rientrare tutto.


Come avete delineato i personaggi e le situazioni del film, anche in questo c'è stata collaborazione?

Veramente abbiamo costruito i ruoli direttamente sugli attori, parlando tra di noi, basandoci sulle
caratteristiche personali di ognuno. È dai personaggi poi che esce fuori il plot del film e, volendo
rispettare il topos del genere noir, abbiamo lavorato nell’assegnare un problema ad ogni personaggio. Abbiamo lavorato totalmente seguendo uno spirito ludico e creativo.

di Marco Raduini
 
   
  notte.prima_set Notte prima degli esami: intervista al m° Bruno Zambrini

Abbiamo conversato con il maestro Bruno Zambrini, compositore delle musiche per la commedia Notte Prima Degli Esami, opera prima di Fausto Brizzi, in uscita nelle sale il 17 febbraio.

Artefice di tanti successi della canzone italiana quale collaboratore fisso, fin dagli esordi, di Gianni Morandi, o autore di 'La bambola' per Patty Pravo, Zambrini ha stretto un fruttuoso sodalizio con la commedia popolare negli anni 80 e 90, scrivendo le musiche per tutti i film di Natale di Neri Parenti e di Castellano e Pipolo, o quelli di Maurizio Ponzi.


- Maestro, su quali informazioni comincia a scrivere i brani per un film? Compone quando si è in fase di ripresa o di post-produzione? E che tipo di “taglio” ha pensato di dare stavolta alla musica?


Non esiste una regola precisa per lavorare a una colonna sonora. Se ad esempio il film è romantico e lo si sa prima, il regista mi informa dello stato d’animo che desidera suscitare, così posso mettermi al lavoro subito.
In questo caso ho visto il prodotto finito, è stato più facile. Fausto (Brizzi, ndr) ha chiesto quel che voleva mentre visionavamo insieme il film. Personalmente sono rimasto molto stupito e felice di come il racconto susciti un sentimento molto reale, lo fa realizzando con leggerezza una forte coesione e il bello è che mostra come la realtà, poi, non si risolve come si è sognato, ma non che sia brutta come invece spesso si pensa. E’ questo l’approccio che ho sentito molto forte in senso realistico e che un film giovanile riesce bene a esprimere.
Mi è stato chiesto un sentimento come da favola, perché i giovani protagonisti favoleggiano sulle proprie scelte future e sono ben presenti piccoli momenti di poesia, quando la vita trasforma i sogni in altri sogni, ma diversi.


- La colonna sonora è scandita da noti successi pop degli Anni 80, che ben introducono lo spettatore nel periodo in cui si svolge la commedia. Per gli arrangiamenti si è in qualche modo regolato sulle canzoni presenti nel film?


Oh, no, questo no, le canzoni usate nella colonna sonora rimangono meramente legate alla collocazione temporale del film. Con Neri Parenti e De Laurentis, ho sempre lavorato alla musica intesa come vero commento musicale. Con il film di Fausto è stata la stessa cosa, il commento deve scandire o sottolineare momenti o passaggi particolarmente delicati del film.
Per questo motivo abbiamo usato una orchestra vera, per me questo è sempre molto bello, è una operazione costosa, sì, ma la verità dei suoni degli strumenti si innesta proprio sulla veridicità tangibile dei sentimenti del film...
Sono quattro i temi che ho scritto: quello sulla favola, il tema d’amore, uno sull’amicizia tra i ragazzi, infine quello sullo scontro tra i ragazzi e i professori.


- Scrive ancora canzoni per l'industria discografica?


Due brani che mi stanno dando soddisfazione e che stanno diventando un po’ degli evergreen sono quello sul disco 'Il Sogno' di Andrea Bocelli, in duo con Ramazzotti ('Nel cuore di lei', ndr) e poi 'In amore', un altro duetto, stavolta di Morandi con Barbara Cola.

Tra gli ultimi lavori del maestro Zambrini, di prossima uscita la fiction E poi c’è Filippo, diretta da Maurizio Ponzi per Grundy Television, con Neri Marcoré, Chiara Conti e Giorgio Pasotti.

a cura di Marco Raduini
   
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