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le recensioni di Francesco Alò
“Tutti gli uomini del re” di Steven Zaillian
Il cinema oggi non è più uno, ma due, tre, quattro. Forse anche cinque. I critici cinematografici sono in crisi. Qual è il vero "Signore degli Anelli"? La versione cinematografica o quella più lunga dell'extended edition che non va solo a casa ma viene anche proiettata al cinema? Sembra che Sir Ridley Scott abbia migliorato il suo "Le crociate" attraverso un'edizione home video più lunga e ben giudicata dalla critica anglosassone. Avete letto bene. Questa recensione è dedicata a "Tutti gli uomini del Re" di Steven Zaillian che abbiamo il terribile sospetto rimetterà le mani su quest'opera affascinante e imperfetta non per tagliarla, come già ha fatto, ma per allungarla come sarebbe più logico fare. Non si tratterebbe di supponenza registica bensì di logica cinematografica. In questo secondo adattamento dall'omonimo romanzo di Robert Penn Warren che già ispirò un film di Robert Rossen del 1949, il bravo sceneggiatore premio Oscar per la sceneggiatura non originale di "Schindler's List" apre troppi canali di comunicazione con lo spettatore senza poi inserirvi i dati per farci uscire dalla sala soddisfatti. Troppa carne al fuoco. Troppi re per un'unica corona. Siamo nella Louisiana degli anni '50. Tempo e luogo dell'incontro tra un politico parvenu dai capelli sconvolti e un giornalista ricco, bello e annoiato dalla testa impomatata. Il politico vorrebbe punire i potenti e aiutare il popolo. Il giornalista lo asseconda al punto da lavorare per lui. Da qui la catastrofe: il potere corrompe, il politico rompe le regole del gioco e il giornalista vede la sua teca esistenziale (il padrino, l'amore di sempre, l'amico d'infanzia) venire saccheggiata senza pietà dall'amico della classe opposta. Il politico è Sean Penn, ispirato al vero governatore populista e fascistoide della Louisiana anni ‘20 Huey Long, e il giornalista è Jude Law. Intorno a loro di tutto, di più: Anthony Hopkins, Kate Winslet, Mark Ruffalo, Patricia Clarkson... perfino un sempre magnetico James Gandolfini. Ognuno di questi interpreti squisiti sembra dire: "Il film è mio" ad ogni battuta ed il povero Zaillian non riesce a fermarli. Sono sufficienti per dare gloria a tutti 125 minuti di film? Decisamente no. Troppe zone d'ombra nella narrazione, troppi cambi bruschi di direzione. Ma attenzione: date 300 minuti a Zaillian (che forse ne ha girati anche il doppio) e ci troveremo davanti a un capolavoro sulla perdita dell'innocenza e su un durissimo, e sempre attuale, scontro di classe. Flop doloroso al botteghino Usa. Disastrosa assenza di candidature ai Golden Globe. Critica quasi tutta contro. Doveva essere una delle produzioni più importanti del 2006. Così non è andata. Ma date un'occhiata alle uscite in dvd dei prossimi anni. Potrebbe esserci una sorpresina da 300 minuti o giù di lì intitolata "Tutti gli uomini del Re - Director's Cut".
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le recensioni di Francesco Alò
"Eragon" di Stefen Fangmeier
"Eragon" non è Aragorn. In tutti i sensi. Manca un po' tutto in questa produzione fantasy tratta dalla saga letteraria del diciassettenne Christopher Paolini: il senso del meraviglioso, la gravitas del protagonista, gli effetti speciali, la storia. Se poi pensiamo che un genere cinematografico un tempo bistratto come il fantasy si è recentemente preso la sua rivincita con la Trilogia capolavoro firmata Peter Jackson, il povero "Eragon" del notevole effettista speciale (tre nomination agli Oscar) Stefen Fangmeier esce dall'agone con le ossa davvero rotte. E' tutto piuttosto banale e insignificante. Nel mondo di Alagaesía un giovanotto prestante di nome Eragon (Edward Speleers, esordiente rispetto al quale Hayden Christensen... sembra Marlon Brando) trova un uovo blu dal quale spunta fuori un giovane drago femmina dall'attitudine bonaria. I due comunicano attraverso il pensiero e grazie all'aiuto di un ex cavaliere dei draghi caduto in rovina (Jeremy Irons che recita quasi prendendosi gioco del film come ai tempi di "Dungeons & Dragons") e di una donna guerriera, Eragon impara qualche incantesimo, si eleva dalla sua condizione di contadino senza speranze e sfida apertamente il perfido Galbatorix (John Malkovich, ridicolo) e il suo aiutante spettro Durza (Robert Carlyle... che ci fai qui per l'amor del cielo?). Combattimenti, mentori, pubertà ("Sei fatta per la battaglia!" dice Eragon in piena tempesta ormonale all'amazzone Arya con la cinepresa di Fangmeier che indugia sul seno di lei), alleati dall'abbigliamento arabeggiante (scelta visivamente, e politicamente, molto interessante visti i tempi per un kolossal Usa) e una grande battaglia finale che ricorda troppo lo scontro al Fosso di Helm de "Le Due Torri". Insomma... la trilogia letteraria di Paolini ha avuto estimatori che ne hanno sottolineato la vicinanza ma non dipendenza parassitaria da Tolkien. Il film, invece, sembra una brutta copia de "Il Signore degli Anelli" inquadratura dopo inquadratura e personaggio dopo personaggio. Cento milioni di budget, un finale aperto per possibile secondo capitolo (entra in scena il drago cattivo) ma chissà se la saga andrà avanti visto che il primo weekend di incassi Usa dice "solo" 23 milioni di dollari e un secondo posto dietro il nostro Gabriele Muccino. Dopo i passi avanti fatti da Jackson come credibilità e sdoganamento del genere, ci sembra di ripiombare nel peggior fantasy paccottiglia anni '80 quando "Krull" e "Kaan principe guerriero" frustravano gli eccellenti "Conan" e "Il drago del lago di fuoco". Non pensiamo dunque che "Eragon" occuperà un grande spazio nell'inconscio collettivo del futuro. Ultima nota: terribile l'idea di far doppiare il drago buono Saphira dalla giornalista sportiva Sky Ilaria D'Amico, semplicemente pessima e fatalmente monocorde. Ma come è potuta venire in mente un'idea così squallida agli adattatori italiani? Nell'originale c'è il premio Oscar Rachel Weisz, attrice sopraffina e voce melodiosa. In America si fa il cinema rispettando lo specifico filmico anche in film di serie b come "Eragon". In Italia, "Commediasexi" insegna, si sceglie sempre più spesso il personaggio televisivo che non sa recitare per trainare un prodotto e imbastardire fatalmente un film. Di nuovo allucinante. Che tristezza, oggi, essere italiani. http://www.ilquotidianodelcinema.tv |
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"Commediasexi" di Alessandro D'Alatri
La televisione invade il cinema. E lo schiaccia. Non quella di qualità come accade negli Usa, dove autori del calibro di Joss Whedon e J. J. Abrams vengono chiamati a dirigere film importanti o serie come "Desperate Housewives" e "Lost" risultano ormai tre spanne sopra tante produzioni hollywoodiane. In Italia è la televisione non di qualità a invadere il cinema, peggiorando una situazione già non rosea. Esempio emblematico è "Commediasexi" di Alessandro D'Alatri, troppo concentrato a infarcire il suo cast con star della tivvù italiana più insignificante e troppo vicino nel canovaccio a "Una top model nel mio letto" del grande Francis Veber, eroe di quella commedia popolare francese che noi ci sogniamo. Paolo Bonolis è un politico corrotto che scimmiotta in modo ridicolo Alberto Sordi (dopo venti minuti di suoi "sordismi" sogni di scappare a casa per vedere l'originale). Il suo Onorevole Bonfili ha una relazione clandestina con la starlette Martina Brandi interpretata da Elena Santarelli, famosa per "L'isola dei famosi". Mentre ti chiedi perché nessuno dica all'Onorevole Bonfili: "Ma sa che lei parla, gesticola e muove gli occhi proprio come un brutto clone Alberto Sordi! Complimenti!", osserviamo il meccanico dipanarsi di una prevedibile commedia degli equivoci pericolosamente vicina al film di Veber: uomo potente ha relazione clandestina che vuole nascondere per cui incarica suo fidato assistente (Sergio Rubini) di sostituirlo nell'affaire sentimentale in modo fittizio tanto da garantire la sicurezza del suo matrimonio ma mettendo a repentaglio, ovviamente, quello dell'altro. Potenti che schiacciano umili (buona la satira sulla disgustosa classe politica italiana), genitori "muccinianamente" in difficoltà con i figli, triangoli amorosi (la moglie del potente tresca con un cuoco esuberante con la faccia del sempre più stacanovista Michele Placido), mondi opposti che si attraggono (fin troppo scontato che la starlette televisiva subisca il fascino dell'umile perbene, proprio come in Veber). "Commediasexi", ovvero peccato. Peccato che ci sia la brutta copia di Sordi accanto ad attori sopraffini come Rubini, Buy, Rocca, Placido e uno stuolo di comprimari eccezionali (Papaleo, Cruciani, Micheli, Wertmuller; le cose migliori), peccato che per D'Alatri la televisione diventi l'unico luogo in cui si possono risolvere i rapporti personali (altra strana coincidenza con la scena madre, ben più divertente, de "Il mio migliore amico" di Leconte) non facendo altro che confermare quanto il nostro piccolo paese sia sotto lo scacco di un piccolo schermo che per molti tutto regola, tutto spiega e tutto significa. Che tristezza. Per fortuna che Pasolini è morto. Rispetto a D'Alatri, il tanto contestato Gabriele Muccino, che per primo spostò intelligentemente la luce sulla febbre da tv tutta italiana con "Ricordati di me", ha lo sguardo cattivo di un Roman Polanski. E quindi, dopo Bonolis, ci dobbiamo sorbire anche un Bruno Vespa (anche qui) che appiana le liti in famiglia grazie a una puntata di "Porta a porta". Peccato. Il graffio sulla politica c'era tutto e la commedia degli equivoci, anche se prevedibile e meccanica, poteva avere un suo senso. Ma qui si è voluto fare un "film pandoro" (definizione di D'Alatri) con tutte le superficialità, e le volgarità, del film panettone stile Neri Parenti. Funzionerà il confuso ibrido al botteghino? Per questa nefasta invasione di corpi televisivi, il film di D'Alatri non ha sufficienti anticorpi. http://www.ilquotidianodelcinema.tv |
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"Deja vu" di Tony Scott
Prendete "Donnie Darko", aggiungeteci qualcosa di "Minority Report", qualcosina della reality tv e affidate il tutto all'energia baraccona di Mr. Tony Scott, per anni considerato il fratello scemo di Ridley ma da osservare con più attenzione da "Una vita al massimo" (1993) in poi. Viviamo in un cinema sempre più contaminato. Autori che lavorano a blockbuster, attori di serie A (Washington) che nobilitano sceneggiature di serie B, azzardi stilistici che ecciterebbero Godard dentro prodotti commerciali che non si vergognano di avere finali prevedibili. In "Déjà vu" c'è uno split screen naturale nell'inquadratura grazie a un personaggio che contemporaneamente guarda una strada davanti a sé nel presente... e nel passato. Non male. E' il cinema di oggi, bellezza. Non ci stupiamo di trovare un interprete sopraffino come Denzel Washington ancora al fianco dell'autore fracassone di "Top Gun" e "Giorni di tuono" dopo la loro brillante collaborazione in "Man on Fire". Non ci stupiamo di trovare Scott a suo agio nel fare del rock'n'roll con la tecnologia sfruttando il concetto di immagine possibile. In "Nemico pubblico", uno dei film migliori di questo stilista del fotogramma cresciuto all'ombra del fratello Ridley, il buon Tony si sbizzarriva sfruttando le immagini satellitari per creare inseguimenti in tutti i sensi stellari. Qui lo vediamo divertirsi non poco grazie a un programma dell'Fbi che riesce a ricostruire davanti ai nostri occhi, sempre attraverso le immagini satellitari, ciò che è accaduto nel passato. Si possono penetrare i muri, ascoltare le conversazioni, entrare nella vita di una qualsiasi persona. Ma solo nel passato. Attraverso un'intensa attività voyeuristica sulle giornate e abitudini della giovane Claire, l'agente investigativo Doug Carlin deve capire chi ha progettato un attentato a New Orleans in cui è saltato in aria un traghetto uccidendo 543 persone. La povera Claire è stata coinvolta nell'omicidio di massa. Entrare nella sua vita quattro giorni prima dell'attentato terroristico e capire cosa le è successo, sarà vitale per evitare quello che altrimenti succederà. E forse sarà il caso di fare anche un piccolo viaggio nel tempo. Tanti motivi di interesse dentro "Déjà vu": l'ossessione hollywoodiana post-11 settembre di evitare la tragedia di massa prima che accada (ecco il forte anello di congiunzione con "Minority Report" e il profetico "Donnie Darko" di Richard Kelly, non a caso poi penna di Scott per il controverso "Domino"), il ritmo incalzante che non vi farà mai sentire i 128 minuti di durata, una New Orleans ancora distrutta da Katrina come desolante scenario, la fotografia genialmente nitida e carica di Paul Cameron (guardate il colore meraviglioso che assume la pelle di Washington), la regia lucidamente ludica di quella vecchia volpe che è Scott. Quando l'alto e il basso si contaminano, quando l'approccio indipendente fa l'amore con quello super-commerciale del produttore Jerry Bruckheimer (Scott e Tarantino furono alfieri di questo cinema meticcio già con "Una vita al massimo" nel 1993), il risultato è quasi sempre uno: il cinema commerciale e patinato diventa molto più bello, mentre quello indipendente diventa più brutto. E' sempre il rigore che ci perde. E' quasi come una buffa legge fisica che potrebbe essere raccontata in un film di Tony Scott. Ecco perché nello scenario hollywoodiano degli ultimi anni fa più piacere che Tony Scott realizzi popcorn movie sempre più sofisticati e invece spaventa che Walter Salles vada a dirigere il remake dell'horror giapponese "Dark Water". Dentro questa confusione espressiva e produttiva scatenata nel 1977 a Hollywood da Lucas con "Guerre stellari" e ritornata prepotente dai primi anni '90 fino ad oggi passando per il trionfo commerciale di "Pulp Fiction" nel 1994, i film diretti dall'ex fratello scemo di Ridley appaiono da parecchio tempo a questa parte come i più divertenti da vedere, i più logici da produrre e i meno irritanti da recensire.
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"Non aprite quella porta: l'inizio" di Jonathan Liebesman
Il film di Jonathan Liebesman "Non aprite quella porta: l'inizio" è qualitativamente dimenticabile ma culturalmente importante. Si tratta del chiaro sfruttamento commerciale (in Usa si dice "exploitation") del successo del brutto remake di "Non aprite quella porta" (1974) di Tobe Hooper di tre anni fa firmato da Marcus Nispel e prodotto dal cineasta Michael Bay, re del cinema d'azione, rutilante e patinato con titoli come "Bad Boys", "The Rock" e "Pearl Harbour". E' chiaro, quindi, che il prodotto di Liebesman, teoricamente un prequel del primo Hooper, è esteticamente più figlio di Nispel (e quindi di Bay) che non dello sporco, icastico e sarcastico Hopper del '74. Usciamo quindi dall'equivoco: filologia zero. Chi cercherà in questo film gli umori del passato e l'infanzia di Leatherface (l'uomo nero della saga collega di Freddy Krueger, Jason Voorhees e Michael Myers) e della sua orribile famiglia di cannibali texani, rimarrà piuttosto deluso. L'omone afasico armato di motosega che applica la faccia degli altri al suo volto è meramente accessorio al vero protagonista ovvero Ronald Lee Ermey, che dopo la grande notorietà ottenuta per l'ufficiale che sbraitava ordini in "Full Metal Jacket" si era eclissato per tornare a incuriosire il pubblico proprio nel remake di Nispel del 2003. Quindi, visto che il film di Liebesman è il solito "slasher" in cui un gruppo di ragazzi finisce nella casa sbagliata gestita dalla famiglia sbagliata, cosa c'è di interessante in questa operazione noiosetta in cui, peraltro, l'effettaccio non fa nemmeno effetto? L'horror politico. E' proprio da risultati bassi come questo che si capisce ancora più chiaramente quanto, molto consapevolmente, si stia creando un movimento del nuovo horror post 11 settembre con opere legate a filo doppio intrise di metafore e allegorie che rimandano alla realtà in cui viviamo. Gli autori sono tutti, come anche il mediocre Liebesman, dei giovani intorno ai trenta che vogliono attaccare la società Usa attraverso la rappresentazione della violenza come in passato facevano i padri dell'horror politico Romero, Hooper e il primo Craven. Lo straordinario "Hostel" di Eli Roth e "Le colline hanno gli occhi" di Alexandre Aja (remake da Craven) sono le punte di diamante di questi nuovi horror più duri e osceni ma anche "Non aprite quella porta: l'inizio" può tranquillamente farne parte. Trogloditi violenti che si autonominano sceriffi del mondo (Ermey), fanatismo religioso (la preghiera prima di mangiare è più importante... di quello che si mangia), Texas come faccia malata dell'America (da dove viene il Presidente Bush?), giovani yankee che vogliono evitare una guerra sporca (Vietnam come Iraq; nel film siamo nel 1969). I rimandi all'oggi sono evidenti. Diventa quindi interessante vedere come Hollywood stia tornando a realizzare film pesanti e impegnati mascherati da baracconate ormonali. Pare esistere un movimento anche più coraggioso del cinema d'autore. Sembra paradossale, visti i tempi, ma è proprio così. Sono produzioni che costano poco (tra i 10 e i 25 milioni di budget; quasi ridicoli per Hollywood) e incassano molto bene in proporzione (Liebesman è già arrivato a 40 solo in Usa). Ecco perché se ne fanno sempre di più. D'altronde... non viviamo in un mondo horror piuttosto disgustoso in cui soprattutto la società occidentale è vittima di paranoie e paure? Molte nazioni puntano allora sul cinema di paura. Dagli Stati Uniti, all'Inghilterra, alla Francia fino alla Corea del Sud, Cina e Giappone. Quasi tutti tranne l'Italia, in cui si fa un bruttissimo cinema d'autore (allucinante l'inizio della stagione 2006/2007) molto meno stimolante, politico e interessante anche di Liebesman. E questo fa proprio paura. Sveglia!
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"Cambio d’indirizzo" di Emmanuel Mouret
Spiace veramente all'estensore di questo articolo non aver visto i precedenti due lungometraggi di Emmanuel Mouret, cineasta francese tutto da scoprire. Si recupereranno al più presto. Per ora godiamoci la sua terza e unica regia ad essere distribuita in Italia: "Cambio d'indirizzo", applaudito alla Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes 2006. In una Parigi bellissima fotografata e ripresa con amore e quel certo riserbo da provinciale educato (Mouret è marsigliese), si incontrano i destini buffi dei buffissimi David, suonatore e maestro di corno timido e autolesionista (lo stesso Mouret) e della bionda Anne (straordinaria Frédérique Bel), svagata hippie moderna innamorata di un uomo che non la conosce nemmeno. David si confida ad Anne e viceversa. I due dividono lo stesso appartamento. Mouret ha la faccia simpatica di un giovane Bob Geldof francese mentre la Bel sembra una Teri Garr o Stefania Sandrelli di oggi, quindi amicale e sensuale al tempo stesso. Che divertimento raffinato. David si innamora di una sua allieva di corno, partendo per l'impresa improbabile. Anne gli fa da consigliere. I risultati sono quantomeno bizzarri. Mouret fonde Rohmer e Woody Allen, cuore e sorriso, immagini e musica. La colonna sonora mozartiana è adorabile, mentre la regia fa tanto con poco. Quando il cinema da "tre camere e cucina" ha un senso. Ogni volta che il regista inquadra qualcosa (un vestito, una foto attaccata alla parete, un divano) nei suoi campi risicati e scarnissimi (anche in esterni), si percepisce sempre un preciso motivo registico. Da tempo non si vedeva una cinepresa così icastica ed economicamente espressiva. Più che una commedia sentimentale, una favola d'amore fuori dal nostro tempo. Mouret è senza dubbio un nostalgico. Lo immaginiamo passare il sabato sera a rivedere Jacques Tati con un sorriso beato mentre gli altri vanno a ballare. Beato lui. Ecco un giovane autore che ci sussurra all'orecchio, fa il protagonista ma esalta i suoi colleghi attori e, soprattutto, pare prendere più sul serio il cinema che non se stesso. Wow. Oggi come oggi, questo signore è necessario. Speriamo non cambi indirizzo. http://www.ilquotidianodelcinema.tv |
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"The Grizzly Man" di Werner Herzog
Un sincero amante della natura o un mitomane pazzo? L'ultimo vero protettore della specie dell'orso grizzly oppure un istrione ex alcolizzato che fallita la carriera d'attore si isola tra le montagne dell'Alaska in fuga dal genere umano? Le domande restano sospese, la verità è sfuggente ma è proprio questo il bello di "The Grizzly Man", meraviglioso documentario di Werner Herzog sulla controversa figura di Timothy Treadwell, l'uomo che vive 13 anni a contatto con gli orsi grizzly, ci parla, ci litiga, li vezzeggia e poi da loro viene improvvisamente ucciso e sbranato in compagnia della sua fidanzata. Il grande cineasta tedesco di "Aguirre, furore di Dio", "Fitzcarraldo" e "L'enigma di Kaspar Hauser", autore negli ultimi anni di un cinema marginale e entusiasmante come gli ultimi "Il diamante bianco" e "L'ignoto spazio profondo", monta in "The Grizzly Man" le tante ore di riprese digitali realizzate dallo stesso Treadwell che filma gli orsi e la sua folle missione: diventare uno di loro. L'uomo, spesso solo tra i monti dell'Alaska, si confessa davanti all'obiettivo, a volte in chiave umoristica a volte vestendo i panni del folle visionario autoesiliatosi dalla vita moderna. Materiale totalmente da Herzog: la sfida dell'estremista che vuole piegare a sé la natura, l'impresa titanica, il superomismo suicida. Lo sguardo del cineasta, che commenta in voce over le fatiche di Treadwell, varia da un'affettuosa ammirazione (il clownesco Timothy che incanta i bambini raccontando loro delle sue esperienze cong gli orsi) a un dolente disprezzo intellettuale sia per gli sfoghi da genio incompreso contro il mondo ignorante sia soprattutto per la presuntosa zoofilia di un arrogante che vuole ricondurre l'animale all'uomo e non viceversa. Fantastico il parallelismo di Herzog tra le sfuriate di Treadwell e le famigerate scenate di Klaus Kinski sui suoi set. Il documentario, bizzarramente complementare all'acre "Come sono buoni i bianchi" di Marco Ferreri, diventa così un monito cinico alla presunzione umana, una chiara metafora politica (Timothy cerca di esportare la democrazia tra gli orsi) e il ritratto cinico e commovente di un personaggio comunque eccezionale. Nel bene e nel male. Premiatissimo ovunque, "The Grizzly Man" è una delle poche perle di questa prima parte di stagione cinematografica 2006/2007. http://www.ilquotidianodelcinema.tv |
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"Happy Feet" di George Miller
Avercene in Italia di registi geniacci alla George Miller. L'australiano folle, ex fisico ed ex medico, non è riuscito recentemente a riproporre su grande schermo "Mad Max 4" per problemi produttivi. Ma se non rivedremo a breve il personaggio che fece la fortuna sua e di Mel Gibson, non vuol dire che l'eclettico autore di tanto buon cinema spettacolare se ne stia con le mani in mano. Non contento di aver rivoluzionato l'animazione dal vivo con lo storico "Babe" (da lui prodotto per poi dirigere in prima persona il sequel "Babe va in città"), Miller torna agli animali protagonisti con l'epico, avventuroso ed emozionante "Happy Feet". La marcia dei pinguini imperatori non si è fermata. Miller prende il documentario di enorme successo planetario di Luc Jacquet (122 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo), dà per scontato che sia entrato nell'inconscio collettivo dell'umanità (Oscar per il Miglior Documentario nel 2006), lo trasforma in dramma avventuroso in 3d al computer, lo mischia ai deliziosi duetti medley stile "Moulin Rouge" del connazionale Baz Luhrmann e infine mescola il tutto con un pizzico di "Brutto anatroccolo" grazie alle disavventure di un pinguino imperatore maschio che paradossalmente non sa cantare come tutti ma, a differenza di tutti, balla da dio. Compreso il tip-tap. Il pinguino viene allontanato dalla sua comunità perché diverso, stringe amicizia con pinguini tarchiatelli e spagnoleggianti di un'altra razza (in tutto sono 17; gli imperatori sono i più belli) prima di incontrare sul suo cammino un ostacolo ben più pericoloso delle orche assassine e dei leoni del mare: l'uomo. Che energia ragazzi. La storia è ambientata nell'Antartide ma il calore delle immagini vi scalderà al fuoco di un'avventura appassionante. Fughe, canzoni d'amore, vento, gelo, acqua, amicizia, storia d'amore impossibile, profezie sbagliate, famiglie spezzate, prigioni di vetro in cui il pinguino non parla ma, dal punto di vista dell'uomo, emette solo dei suoni striduli. Un racconto popolare di grande sapienza narrativa. Avercene in Italia di registi geniacci alla George Miller. Per due settimane di seguito "Happy Feet" ha battuto l'ultimo ottimo James Bond. I pinguini continuano a piacere. In un mondo sempre più orfano di ideali e valori, la ferrea comunità degli imperatori, così uniti e coesi tra loro, rappresentano un conforto ideologico ed esistenziale. Ormai è chiaro.
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"Le rose del deserto" di Mario Monicelli
La piccola guerra di Mario. Addio Kira! Addio Monicelli! Ovvero: si può amare, onorare e rispettare un cineasta che ha fatto grande il cinema italiano con titoli ormai mitologici come "I soliti ignoti", "L'armata Brancaleone" e "La grande guerra" e allo stesso tempo detestare il suo ultimo film "Le rose del deserto"? La risposta è: certamente. Nulla potrà cancellare una carriera da antologia del cinema fatta di sessantacinque film, due nomination all'Oscar, cinque David di Donatello, due Orsi d'argento e un Leone d'oro. Ma ieri non è oggi e oggi Monicelli, ottantacinque sceneggiature scritte e novantuno anni compiuti, ha diretto un film fiacco, sconclusionato, senza ardore e sudore. Liberamente tratto dalle pagine de "Il deserto della Libia" di Mario Tobino e dal brano "Il soldato Sanna" della raccolta "La guerra d'Albania" di Giancarlo Fusco, "Le rose del deserto" racconta le superficiali vicissitudini e zingarate del Terzo Reparto della Trentunesima Sezione Sanità dell'esercito italiano che occupa la Libia nei primi anni '40. E' la Seconda Guerra Mondiale ma nei primi minuti, colpa anche di una colonna sonora spensierata e agghiacciante se relazionata alle immagini, sembra di stare in un villaggio vacanze Valtur. Ci si fa la barba sotto le palme, si fotografano i locali, si scherza tra commilitoni, si mangia di gusto il cous cous e si sognano le libiche maggiorate che vorrebbero fare le corna ai mariti vecchi nemmeno fossimo in Boccaccio. Il tutto fotografato con immagini da cartolina in cui non si sentono gli umori del corpo e non si vede niente di sporco e cattivo. Allucinante, soprattutto se ripensiamo al fangoso "La grande guerra". Sarà che Altman è morto da poco e il ricordo di "Mash" è fortissimo (i frizzi & lazzi di una sezione medica della Corea, in quel capolavoro, erano costantemente bagnati da sprizzi & schizzi di sangue), sarà che anche un Eastwood fiacco e antinaturalista come "Flags of Our Fathers" ci ha fatto vedere budella e fiotti di emoglobina uscire dalla carne lacerata, sarà che la guerra oggi al cinema si vede e si sente spesso in tutto il suo orrore, ma questo "Le rose del deserto", proprio per la sua assenza programmatica di sgradevolezze e splatter, lascia interdetti e infastiditi. Claudio Bigagli, ad esempio, muore in campo con il realismo fisico di una Francesca Bertini. Monicelli ha avuto problemi produttivi e si vede. Personaggi che entrano ed escono di scena all'improvviso (il suddetto Bigagli. Non era meglio tagliare completamente il suo ruolo?), poca coerenza narrativa (il film è una sequela di episodi mal collegati) e idee di regia approssimative (sgradevoli accelerazioni da comiche mute per mascherare un assenza di ritmo nella scrittura). Gli attori non funzionano perché sono troppo poco interessanti i personaggi che interpretano, quasi mai al di sopra della macchietta. Giorgio Pasotti è troppo bravo ragazzo mentre Alessandro Haber è stucchevole e letterario come la sua recitazione ammorbante e ansimante. Discorso a parte merita il generale fascista di Tatti Sanguinetti che sfreccia sul suo sidecar e pronuncia frasi come si trovasse in uno sketch di un programma tv di Marco Giusti piuttosto che in un film in cui dovremmo credere che sia un personaggio vero e proprio. Sanguinetti non sa recitare. Sanguinetti non è un attore. Non funziona al cinema se non in ruoli autobiografici legati alla sua professione di critico e storico del cinema in cui eccelle, meritatamente, da anni. Non dimentichiamo quanto funzionasse in "Sogni d'oro", "Visioni private", "Cuba Libre" e "Il caimano". Dimenticheremo in fretta questa sua partecipazione sbagliata e approssimativa a "Le rose del deserto". Insomma, è tutto bruttissimo in questo film? Proprio tutto... no. C'è un Michele Placido a tratti notevole cui si attaccheranno tutti i recensori che non avranno il coraggio di stroncare il film. Il suo frate Simone, burbero e dai modi spicci, suona vero. Verissimo. Più laico che istituzionale, più Padre Pio e Gino Strada che non Croce rossa italiana, è l'unico personaggio che sembra realmente capire cos'è quella cosa complessa e moralmente indecifrabile che è il conflitto bellico.
Come scriveva Robert Lee: "Ringrazio Dio di avermi fatto vedere la guerra, altrimenti avrei potuto innamorarmene". Invece non ringraziamo Monicelli perché non ci ha fatto vedere la guerra grazie alle sue inquadrature pulite, solari e asettiche. "La guerra è la sola igiene del mondo" scriveva Filippo Tommaso Marinetti. Un letterato fascista. Come i protagonisti del film qualunque e qualunquista di Mario Monicelli. Triste chiudere una grande carriera così. Molto triste.
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